«Gioire e con-gioire»
Esercizi Spirituali. Terzo giorno

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Suggerimento di preghiera

All’inizio e/o alla fine dell’ascolto o della lettura della riflessione, suggeriamo di pregare il Salmo 1. Consigliamo di farlo lentamente e gustando le parole che si pronunciano. Se si assiste alla meditazione in un piccolo gruppo, lo si può recitare in forma comune, lasciando qualche istante perché chi desidera possa rileggere ad alta voce un versetto che l’ha particolarmente colpito.

Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.
È come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene.
Non così, non così i malvagi,
ma come pula che il vento disperde;
perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio
né i peccatori nell’assemblea dei giusti,
poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina.


Lectio del testo di Fil 2, 1-3,1a

Nel brano si riconosce facilmente una divisione in cinque parti.

Nella prima Paolo considera le relazioni comunitarie della Chiesa di Filippi e fa qualche raccomandazione a riguardo.

Nella seconda offre l’esempio di Gesù descrivendone l’atteggiamento fondamentale che anche i credenti in Lui devono assumere.

Nella terza sprona i Filippesi a proseguire nell’obbedienza al Vangelo nonostante la sua assenza.

Infine, nelle ultime due invita a considerare Timoteo e Epafrodito come esempi da imitare nel seguire Cristo.


1 Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. 3 Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. 4 Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.

5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: 6 egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, 7 ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, 8 umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. 9 Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, 11 e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre.

12 Quindi, miei cari, voi che siete stati sempre obbedienti, non solo quando ero presente ma molto più ora che sono lontano, dedicatevi alla vostra salvezza con rispetto e timore. 13 È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore. 14 Fate tutto senza mormorare e senza esitare, 15 per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo, 16 tenendo salda la parola di vita. Così nel giorno di Cristo io potrò vantarmi di non aver corso invano, né invano aver faticato. 17 Ma, anche se io devo essere versato sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi. 18 Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me.

19 Spero nel Signore Gesù di mandarvi presto Timòteo, per essere anch’io confortato nel ricevere vostre notizie. 20 Infatti, non ho nessuno che condivida come lui i miei sentimenti e prenda sinceramente a cuore ciò che vi riguarda: 21 tutti in realtà cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo. 22 Voi conoscete la buona prova da lui data, poiché ha servito il Vangelo insieme con me, come un figlio con il padre. 23 Spero quindi di mandarvelo presto, appena avrò visto chiaro nella mia situazione. 24 Ma ho la convinzione nel Signore che presto verrò anch’io di persona.

25 Ho creduto necessario mandarvi Epafrodìto, fratello mio, mio compagno di lavoro e di lotta e vostro inviato per aiutarmi nelle mie necessità. 26 Aveva grande desiderio di rivedere voi tutti e si preoccupava perché eravate a conoscenza della sua malattia. 27 È stato grave, infatti, e vicino alla morte. Ma Dio ha avuto misericordia di lui, e non di lui solo ma anche di me, perché non avessi dolore su dolore. 28 Lo mando quindi con tanta premura, perché vi rallegriate al vederlo di nuovo e io non sia più preoccupato. 29 Accoglietelo dunque nel Signore con piena gioia e abbiate grande stima verso persone come lui, 30 perché ha sfiorato la morte per la causa di Cristo, rischiando la vita, per supplire a ciò che mancava al vostro servizio verso di me.
1 Per il resto, fratelli miei, siate lieti nel Signore.


Le relazioni comunitarie (2, 1-4)

Dopo averli esortati a essere dei buoni cittadini secondo il Vangelo (1, 27), Paolo riconosce che i Filippesi godono già di grandi doni dello Spirito. Fa dunque un piccolo ritratto della comunità e di come i suoi membri vivano le relazioni ed è un ritratto molto bello.

Sono capaci di farsi accanto gli uni agli altri, di una grande vicinanza che non lasci solo nessuno. Sanno amare in modo da portare conforto e incoraggiamento, dando forza e sostenendo. Sanno vivere una intensa comunione come fossero di un unico sangue, facendosi «viscere di misericordia» l’un per l’altro. Un ritratto davvero consolante.

Ma Paolo non manca di dire che questa bellezza può lasciare spazio ancora ad un’ulteriore crescita. E dà un ordine, un comando vero e proprio: «Completate la mia gioia».

Paolo vede la pienezza della propria gioia come responsabilità anche di altri. La sua gioia è strettamente legata a ciò che i fratelli pensano e fanno. Si riconosce incapace di farsi contento da sé, sa che parte della sua soddisfazione è nelle mani dei fratelli.

Non si tratta di un ricatto affettivo del tipo: «Fate i bravi per farmi contento», come chi fa pesare la relazione per ottenere quel che vuole. La gioia di Paolo è che il Vangelo si compia e così ricorda come proprio il compiersi del Vangelo sia un’opera condivisa e non solitaria.

Quasi dicesse: «Quand’anche facessi tutto il mio meglio non sarei così contento come nel vedere trionfare il Vangelo in voi, per il vostro bene».

La via perché si completi la sua gioia è che abbandonino ogni rivalità, lascino cadere gli interessi personali facendosi carico di quelli di tutti e, soprattutto, abbiano una comune «visione».

Non un unico «sentimento», nemmeno un’unica mentalità, piuttosto uno stesso stile, forse un processo da attivare nello stare davanti alle cose, una modalità complessiva di relazione, usando intelligenza, giudizio, affetto, volontà e giudizio e capacità di decisione.

E nel passaggio successivo invita a farlo secondo il modo proprio di Gesù.


Elogio di Gesù Cristo (2, 5-11)

Il modo con cui Gesù “valuta” la realtà viene presentato in un piccolo inno, molto bello, ma di non facilissima spiegazione.

Ne raccogliamo due spunti soli, quelli che Paolo fa maggiormente risuonare poi nelle raccomandazioni date ai filippesi.

Il primo è la sottolineatura del fatto che Cristo Gesù, pur essendo Dio, si è spogliato e ha assunto una forma pienamente e perfettamente umana.

Evidenziare questo è fondamentale per Paolo, non tanto per offrire come criteri morali l’umiltà e la solidarietà di Gesù. Certo, anche quelli, ma soprattutto per mostrare che propria la carne umana è il luogo in cui, vivendo il Vangelo, si percorre la via di Dio.

Dunque ogni esistenza umana è spazio di Vangelo, anzi, non c’è altro spazio di Vangelo se non proprio la carne umana. Così nessuno è autorizzato a pensare che il Vangelo sia per lui impraticabile e che la via di Dio gli sia preclusa. Ma ancora di più, ciascuno è chiamato ad assumere il Vangelo in modo strettamente personale e originale secondo le caratteristiche della propria umanità.

Il secondo spunto è l’atteggiamento obbediente di Gesù, che nei versetti successivi Paolo inviterà i Filippesi ad assumere.

L’immagine più vicina all’idea dell’obbedienza di Cristo è quella di chi si china a servire l’altro senza alcuna considerazione di merito, ma solo perché non vede altro senso alla propria vita che farsi carico del bene del prossimo.

La Croce di Cristo è questo: Gesù in ginocchio a servire il Bene che il Padre vuole; Gesù in ginocchio davanti agli uomini per realizzare il Bene che è volontà del Padre.


L’occasione della assenza di Paolo (2, 12-18)

Dunque anche i Filippesi devono assumere questa obbedienza, questo stile di dedizione.

Possono farlo perché Gesù l’ha fatto in una carne simile alla loro, ma anche perché è Dio che suscita in loro la volontà del Bene e la capacità di realizzarlo.

Anche in assenza di Paolo, come in sua presenza, possono e devono tenere salda la parola del Vangelo, con timore e con tremore, cioè con grande rispetto e attenzione perché è così facendo che si prendono cura della loro stessa salvezza.

Se così faranno, se sapranno risparmiarsi quelle mormorazioni che causano solo divisione e faziosità, allora splenderanno come astri davanti a tutti coloro che invece indirizzano la loro vita su strade non buone.

Inoltre, se sapranno essere irreprensibili, non renderanno inutile la sua corsa apostolica, ma daranno un senso compiuto a tutto il suo lavoro di missionario e alla sua opera evangelizzatrice, impedendo che diventi vana.

È questo che darà a Paolo la possibilità di completare la sua gioia. Non solo la sua, però. Questa obbedienza sincera dei Filippesi al Vangelo sarà occasione di gioia piena anche per loro stessi.

Così Paolo non solo gioisce ma «con-gioisce» e lo stesso invita a fare i suoi fratelli di Filippi. Una gioia così grande che nemmeno il rischio concreto della morte («essere versato in libagione») riesce a scalfirla. Anzi, morire per Cristo è ulteriore motivo di gioia per lui e ragione buona, anche per i Filippesi, di gioire e con-gioire con lui.

La gioia di cui parla è dunque una gioia che viene da Dio, una gioia che spinge al distacco da sé e conduce a guardare oltre, una gioia che attraversa anche la prova come abbiamo visto nei passi precedenti, ma è anche una gioia che è strettamente connessa a stili di comportamento precisi e molto concreti, a decisioni particolari, a modi di pensare con caratteristiche precise, a orientamenti di vita con peculiari qualità. Tutti quelli che vengono dal Vangelo.

Non si tratta per questo di un premio ai “bravi ragazzi”, ma della sostanza dell’esperienza di chi sceglie di vivere a immagine di Cristo.

Perché ciò risulti ancor più chiaro, Paolo offre due esempi di discepoli che, ciascuno a suo modo, hanno dato prova di vita evangelica e dunque sono testimoni della possibilità e della bellezza di “farsi Vangeli viventi”.


L’esempio di Timoteo (2, 19-24)

Il primo è Timoteo, presentato come esemplare nel curare non i propri interessi ma quelli di Cristo.

Come un buon figlio ha servito la causa del Vangelo e non vi è altri capaci di dedizione e cura pari alle sue.

Dunque Paolo desidera inviarlo a Filippi, perché possa avere notizie fresche dai Filippesi, ma anche perché possano avere altro aiuto nel vivere la fede nel buon esempio di Timoteo.


L’esempio di Epafrodito (2, 25 – 3, 1a)

Il secondo è un discepolo che Paolo ha già inviato e che aveva dimostrato di avere molto a cuore Filippi e i suoi cristiani.

Epafrodito ha affrontato una malattia grave a causa del suo impegno per il Vangelo, è stato in pericolo di vita e ha dimostrato di non sapersi risparmiare.

Perciò devono accoglierlo con grande gioia e con grande stima. La sua presenza in mezzo a loro deve essere motivo di letizia perché hanno tra loro un uomo che ha fatto del Vangelo il suo criterio di vita. Dunque potranno trarre vantaggio e occasione di crescita dalla sua esperienza.

Per il resto, dovranno fare della gioia il loro normale modo di essere nel Signore. Lo Spirito non contrista il cuore e stare nel Vangelo significa, anche, lottare contro ciò che tende ad abbatterci interiormente e a infiacchire l’animo.


Quale gioia?

1. Le parole di Paolo ci fanno guardare al tema della gioia in una prospettiva di corresponsabilità.

Non semplicemente di relazione, secondo l’adagio per cui «la felicità è vera solo se è condivisa». Sembra che qui si vada ancora più in profondità, verso un’idea di comunanza di destini, per la quale ciascuno è chiamato a rispondere sempre e comunque non solo di sé, ma anche del proprio fratello.

Alla domanda di felicità del prossimo si è chiamati a rispondere insieme a lui e mentre si cerca la propria gioia, non si può non coinvolgere i fratelli nella propria ricerca.

La gioia di Paolo richiama forte il tema della corresponsabilità, che dentro le nostre comunità viene spesso declinato soprattutto in termini funzionali, di condivisione di ruoli e posizioni.

Qui la prospettiva è un’altra. La corresponsabilità – che potrà avere anche ricadute funzionali – si pone sul piano della realizzazione della vita piena dell’altro.
C’è di che riflettere su come nel concreto le nostre Chiese mostrino questa verità.


2. Paolo intreccia strettamente gioia e scelte di vita.
Se è vero che il Padre di Gesù Cristo vuole la gioia per tutti i suoi figli, è altrettanto vero che non tutte le strade della vita o non tutti i modi per affrontarla conducono direttamente alla beatitudine che Dio non vede l’ora di donare.

Paolo auspica, per i suoi amici, comportamenti e stili di vita integerrimi e irreprensibili, secondo il Vangelo, ma non per una preoccupazione anzitutto morale, bensì perché sa che ciò conduce a un’esistenza ricca e piena.

Sono giorni in cui siamo molto sollecitati in modo particolare sulla correttezza dei comportamenti e tocchiamo con mano ancor più che in altri momenti come da scelte perfino banali come lavarsi le mani possa dipendere un’intera esistenza, anzi, diverse esistenze.

Sono anche giorni in cui sembra che si debba delegare alle autorità la decisione di ciò che è giusto o meno fare, ma poi così non è e anche questo tocchiamo con mano quotidianamente.

Dunque questo è certo il tempo in cui riscoprire anche quanto peso specifico hanno la nostra coscienza e la nostra libertà e quanto urgente è il dovere di “mantenerle in forma”, pronte a discernere sempre e solo per il meglio.