«Gioite! Il Signore è vicino».
Esercizi Spirituali. Quinto giorno

La precedenti meditazioni si possono trovare qui:


Scarica il testo della meditazione e della preghiera per stamparli


Suggerimento di preghiera

All’inizio e/o alla fine dell’ascolto o della lettura della riflessione, suggeriamo di pregare il Salmo 121. Consigliamo di farlo lentamente e gustando le parole che si pronunciano. Se si assiste alla meditazione in un piccolo gruppo, lo si può recitare in forma comune, lasciando qualche istante perché chi desidera possa rileggere ad alta voce un versetto che l’ha particolarmente colpito.

Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.

Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno
il custode d’Israele.

Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.

Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.
Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.

Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.

.


Lectio di Fil 4, 2-23

2 Esorto Evòdia ed esorto anche Sìntiche ad andare d’accordo nel Signore. 3 E prego anche te, mio fedele cooperatore, di aiutarle, perché hanno combattuto per il Vangelo insieme con me, con Clemente e con altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita. 4 Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. 5 La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! 6 Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. 7 E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. 8 In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. 9 Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!

10 Ho provato grande gioia nel Signore perché finalmente avete fatto rifiorire la vostra premura nei miei riguardi: l’avevate anche prima, ma non ne avete avuto l’occasione. 11 Non dico questo per bisogno, perché ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione. 12 So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. 13 Tutto posso in colui che mi dà la forza. 14 Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. 15 Lo sapete anche voi, Filippesi, che all’inizio della predicazione del Vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna Chiesa mi aprì un conto di dare e avere, se non voi soli; 16 e anche a Tessalònica mi avete inviato per due volte il necessario. 17 Non è però il vostro dono che io cerco, ma il frutto che va in abbondanza sul vostro conto. 18 Ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio. 19 Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. 20 Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
21 Salutate ciascuno dei santi in Cristo Gesù. 22 Vi salutano i fratelli che sono con me. Vi salutano tutti i santi, soprattutto quelli della casa di Cesare. 23 La grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito.


Esortazione e invito all’imitazione (vv. 2-9)

Questo blocco di raccomandazioni ne presenta di tre tipi diversi: alcune specifiche per membri precisi della comunità, quindi una serie di esortazioni di carattere generico, infine un elenco di virtù da imitare.

I membri della comunità chiamati in causa dalle prime raccomandazioni sono due donne: Evodia e Sintiche. Si tratta, con tutta probabilità, di due figure di una certa importanza per la Chiesa di Filippi.

Non sappiamo che ruoli ricoprissero, ma il fatto che si siano trovate in contrasto tra di loro sembra essere per Paolo un problema non da poco, lascia supporre che fossero personaggi rilevanti.

A loro Paolo riconosce di aver speso molto impegno nella diffusione del Vangelo e di aver collaborato con lui in modo encomiabile. Ora sembrano aver smarrito la «comune visione», quel sentire condiviso, quella comunanza dei cuori e degli intenti, fondata sulla fede, di cui l’Apostolo più volte ha parlato.

Il fatto che chiami Clemente – altro collaboratore – in loro aiuto, insieme a questo misterioso «sincero compagno» e ad altri ancora, dà la misura di quanto Paolo avesse a cuore la questione. Ma lascia anche intendere come dentro una comunità cristiana tutti devono farsi carico della comunione, intervenendo come riconciliatori, laddove emergano conflitti.

Di questi collaboratori Paolo afferma che il loro nome è scritto «nel libro della vita». Un’espressione che richiama un passo di Luca in cui Gesù invita i discepoli a gioire non per i prodigi che hanno compiuto, bensì perché i loro nomi «sono scritti nei cieli».

I discepoli devono gioire perché la loro vita è nelle mani di Dio, non perché si ritengono così potenti – compiono prodigi… – da sentirsi al pari suo.

Viene immediato pensare un aggancio con l’invito che Paolo fa al v. 4 e che apre la serie di esortazioni generiche: «Gioite nel Signore sempre, ve lo ripeto, gioite».

Cosa significa precisamente questo imperativo? Si può gioire per forza e a comando? E concretamente cosa deve accadere?

Abbiamo già avuto occasione di evidenziare come la gioia cristiana, quella di cui Paolo parla, non sia un semplice sentimento di allegria, di euforia e nemmeno di semplice benessere.

È piuttosto qualcosa che ha a che fare con la percezione del senso della propria esistenza, un senso fondato dal riconoscere e accogliere la presenza al nostro fianco del Padre che dà la vita, in ogni circostanza. «Il Signore è vicino», ripete ancora qui Paolo e la Gioia è l’effetto della sua vicinanza accolta.

Dunque una consapevolezza profonda e misteriosa, una pacificazione degli strati più intimi dell’animo che sta al di là del razionale, che non viene meno nemmeno nel tempo della prova, nemmeno tra le lacrime, neppure davanti alla morte.

D’altra parte, Paolo fa comprendere che è anche un’esperienza da custodire. C’è qualcosa che la può insidiare e sporcare quella Gioia, o meglio, che ci può rendere appannati nell’accoglierla.

Ci sono azioni che non esprimono affatto l’essere in comunione con il Padre ed il suo amore. Ci sono pensieri e idee che contrastano con gli ideali del Vangelo. Ci sono parole che sono lontane dalla sapienza di Gesù. Ci sono ispirazioni interiori, suggestioni, movimenti, fantasie, dialoghi interiori che lasciano spazio a ciò che è in forte contrasto con la volontà di bene e di vita del Padre nostro.

Tutto ciò è di ostacolo all’esperienza della Gioia evangelica. Dunque l’imperativo è eliminare tutti quegli ostacoli, perché la Gioia sia piena.

Le raccomandazioni seguenti vanno esattamente in quella direzione.

Essere miti con tutti, anche con i nemici. Scacciare la preoccupazione eccessiva di sé e del futuro. Confidare in Dio attraverso la preghiera. Ciò darà consolazione al cuore.

E poi privilegiare la verità, la dignità, la giustizia, l’onestà, l’amabilità, l’onorabilità e ogni virtù, oltre a tutto ciò che hanno potuto apprezzare di Paolo e del suo esempio. È così che il Dio della pace potrà colmarli di gioia.

Concluse le raccomandazioni, Paolo passa ai ringraziamenti finali che riguardano principalmente gli aiuti che gli sono pervenuti da parte dei Filippesi.


Aiuti economici e autosufficienza (vv. 10-20)

In questo passaggio, Paolo affronta il tema degli aiuti economici che gli sono giunti dalla comunità di Filippi. È elegante il fatto che lo lasci in chiusura del suo scritto, sottolineando che le ragioni del legame e del suo servizio presso di loro sono di tutt’altra natura.

Lo evidenzia anche nel modo in cui procede nell’affrontare la questione, anzitutto con il versetto di apertura di questa seconda parte, con il quale precisa molto chiaramente quale sia la ragione più profonda della sua gioia.

Si tratta di quella profonda consonanza di «visione» di cui Paolo ha già parlato in precedenza. Non si tratta semplicemente di sentimenti. La sua gioia non nasce dal fatto che i Filippesi provano buoni affetti per lui.

È maturato in loro un modo di valutare le cose, di giudicare i fatti, di stabilire le priorità, di cogliere l’essenziale che è in profonda sintonia con quello di Paolo, poiché è quello del Vangelo.

L’Apostolo comprende che l’aiuto economico che la Chiesa di Filippi gli ha offerto non nasce da un rispetto della sua autorità, da un senso di debito nei suoi confronti o altro. Nasce dalla fedeltà al Vangelo che li unisce vicendevolmente.

Per il Vangelo arrivano a “togliersi il pane di bocca” a favore di Paolo. E, considerata la situazione di forte indigenza in cui versavano, non si tratta certo di un modo di dire.

Inoltre, l’Apostolo vuole sgombrare il campo da ogni possibile fraintendimento, perciò precisa anche che non ha gioito perché si trovava nel bisogno.

Grazie a Dio, grazie alla forza che attinge dal seguire Cristo, riconosce di essere ormai abituato a qualsiasi cosa. Abbondanza e privazioni, ricchezza e povertà, fame e sazietà.

Ha imparato a «bastare a se stesso», che può sembrare un’espressione arrogante e orgogliosa, ma questa è la “buona” autosufficienza, quella con la quale si fa il possibile, per i mezzi che si hanno a disposizione, per non pesare sugli altri, per non approfittare della disponibilità altrui, per non lasciare spazio al sospetto che l’impegno evangelico sia dettato da ragioni economiche.

Paolo ha sempre lavorato e si è sempre auto-sostenuto perché il senso di gratuità del suo servizio al Vangelo apparisse nel modo più limpido possibile. E insieme, ha maturato quella libertà adulta che sa disporre dei beni nel modo giusto e con il dovuto distacco.

Tuttavia, riconosce come un bene il fatto che i Filippesi l’abbiano sostenuto. Sottolinea come siano stati i soli a farlo e anche come non l’abbiano fatto una volta sola. Ciò che più apprezza, però, è il fatto che, in quel modo, abbiano com-partecipato alla sua difficoltà.

Il valore non sta tanto nel dono in sé ma nell’occasione di comunione che la situazione di bisogno crea e con la alleanza concreta che il dono rappresenta. Lui è parte di loro, loro sono parte di lui. E questo è molto consolante.

Infine, Paolo trova motivo di gioia nel riconoscere, comunque, che la sua situazione di bisogno e il modo in cui i Filippesi l’hanno condivisa, non va anzitutto a vantaggio suo, ma proprio per chi l’ha aiutato, perché ha avuto modo, così, di vivere autenticamente il Vangelo.

Ora, grazie a loro, si trova nell’abbondanza e ne è profondamente grato. Perciò fa eucaristia, cioè solleva lo sguardo al cielo, vedendo la mano del Padre nella cura che hanno avuto per lui e invocandolo perché si manifesti con altrettanta abbondanza nei confronti dei Filippesi.


Saluti finali (vv. 21-23)

La chiusura della lettera vede i saluti di rito, che però Paolo caratterizza ancora una volta dando una cornice particolare .

Al clima di stretta e forte fraternità umana Paolo aggiunge il carattere della santità. Non si tratta qui dell’attributo di chi ha dimostrato di avere una vita particolarmente ammirevole, piuttosto quello di chi appartiene al Signore.

I loro legami, le loro reciproche appartenenze non sono dunque nelle mani solo delle loro capacità di volersi bene e di condividere i rispettivi destini.

La comunione che vivono pone le sue radici nel Signore e nel suo amore che avvolge gli uni e gli altri, facendoli così fratelli.


Quale gioia?

  1. Il primo spunto che raccogliamo da quest’ultimo brano della Lettera ai Filippesi, anzi dall’intera Lettera, è che la Gioia cristiana è una faccenda seria e come tale va trattata.

    È un’esperienza complessa e misteriosa perché ha strettamente a che fare con il nostro entrare in relazione con il Signore. Dunque non sono opportune le semplificazioni secondo cui i cristiani hanno il dovere di essere sempre sorridenti. Lo sforzo di sorridere in ogni occasione non ha nulla a che fare con la Gioia cristiana. Nemmeno Gesù ha sempre sorriso e il riso non è affatto sempre opportuno.

    La Gioia cristiana autentica si manifesta come capacità di stare adeguatamente dentro le diverse situazioni, magari anche turbati o tribolati, ma non schiacciati né travolti. Tutto per grazia di Dio.

    Dunque il primo esercizio di quest’ultima meditazione potrebbe essere proprio quello di liberarsi da un’immaginario troppo semplicistico della Gioia cristiana. È come l’esercizio del preparare il terreno per il buon raccolto: liberato dai nostri preconcetti, il Signore farà sorgere il frutto buono.
  2. Il secondo e ultimo spunto è un’invito all’ecologia del cuore. Abbiamo sottolineato come molti movimenti del cuore possono ostacolare l’esperienza della Gioia. Tutto ciò che tende a contristare l’animo, a caricarlo di angosce immotivate, di ansie irrazionali, di sensi di colpa inutili, di malizie, di egoismi etc… Tutto ciò non viene dal Signore e va combattuto.

    Sono giorni in cui siamo costretti a fermarci e fare i conti con ciò che passa dentro di noi, bello o brutto che sia. È un’occasione per ascoltarci, conoscerci, imparare a riconoscere ciò che ci attraversa, acquisire qualche buon metodo per far pulizia di ciò che incupisce il cuore. Non tanto per produrre una generica pace interiore, ma per imparare a discernere la voce di Dio che parla al cuore e lo conduce al Bene.